Carla Boto

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Dopo le Primarie il voto convinto al PD

C’è molto da scrivere, in questi giorni.

Sono indietro con lo scritto rispetto alla velocità con cui i fatti si susseguono  nel percorso della politica.

Avevo promesso ad alcuni amici di esprimermi in modo articolato sulla vicenda relativa alla formazione delle liste sia parlamentari che regionali.

 

Comincerò dal  tema Primarie e formazione delle liste elettorali.

Lo so si è tutto già concluso, ma è importante che io chiarisca alcune affermazione che via via ho fatto e scritto, affinché si capisca bene perché, nonostante aver segnalato alcune ombre,  farò una campagna elettorale  convintissima e appassionata, per vincere e mandare più rappresentanti possibili del PD nelle istanze istituzionali.

Non abbiamo potuto modificare la legge elettorale (porcellum), nonostante il PD si sia impegnato a fondo, le altre formazioni politiche che hanno dato il sostengo emergenziale al Governo Monti non hanno né permesso all’esecutivo di procedere con lena verso l’obiettivo, che a parole tutti enunciavano, né lasciato passare una mediazione.

Inutile ora soffermami su quale dei sistemi avrei preferito, ne riparleremo  quando –spero- dal Governo potremo condividere con l’arco parlamentare una riforma così importante da non poter essere frutto di una parte sola che occasionalmente da le carte, per ave vinto una tornata elettorale (questa è democrazia).

Con le primarie dei parlamentari il PD ha dimostrato di volere davvero il rinnovamento di tanta parte della classe dirigente del paese, cominciando dal suo interno, dall’offerta fatta agli elettori.

Le c.d. parlamentarie sono state per noi una prima esperienza (ma per tutti, del resto, perché quelle on-line fatte da Grillo non sono scrivibili a fenomeni di democrazia popolare,  gestita sulla base di regole discusse, condivise e oggettivamente verificabili, tanto meno si son sognati numeri di partecipazioni di pari dimensioni).  Per questo ed alla luce di quanto già detto sul contesto, alcuni effetti distorsivi vanno analizzati e corretti per il futuro, sebbene il risultato complessivo  sia da considerarsi buono.

Tra le pieghe del metodo in prima sperimentazione, della ristrettezza dei tempi per l’imminenza delle  elezioni  anticipate,  determinate non per nostra volontà, ma  per responsabilità del PDL che annaspava in mezzo ad un declino di consensi e dell’incapacità/impossibilità di procedere a primarie (altrimenti il padrone delle ferriere li avrebbe licenziati tutti, infatti il povero Alfano ha dovuto accettare una sorta di job sharing, in cui la sua quota di prestazione deve rimanere nell’ombra), sono emersi alcuni punti di caduta.

In alcune zone 500 firme di iscritti non sono di facile reperibilità, per varie motivazioni (densità demografica e di iscrizioni al partito, pressioni “correntizie”, legami con l’elettorato di varia origine e natura come il riferimento a determinate aree di sensibilità ovvero come la residenza in territori amministrati più o meno saggiamente).

In altre zone è stato anche troppo semplice trovare le 500 firme e per gli stessi motivi già esposti in parentesi), e ciò è accaduto anche per chi non avrebbe dovuto raccoglierle perché avrebbe dovuto stare “fermo un giro”, almeno!

Penso in quest’ultimo caso a 4 nomi di ex consiglieri regionali nel Lazio, per i quali occorreva essere più severi con il regolamento, impedendo loro di presentarsi non solo alla regione, ma anche  ai livelli Istituzionali superiori, perché il meccanismo appare l’applicazione del brocardo promoveatur ut amoveatur (sono Valentini e Di Stefano  nel collegio Lazio1 e Astorre e  Lucherini nel collegio Lazio 2). I primi due non hanno ottenuto molto preferenze, gli altri due invece sono stati comunque apprezzati dal nostro elettorato.

Il legame con il territorio (indipendentemente dalla salute dello stesso) ha pagato con molte preferenze, che non sono state (si badi bene) di apparato o almeno in larga parte non riconducibili all’apparato, sulle quali l’organizzazione di partito non ha avuto se non in via minimale la possibilità di orientare la scelta, perché era oggettivamente poco fattibile. Un nome per tutti che merita davvero il riconoscimento al valore del suo lavoro e del suo impegno è quello di Marco Miccoli, il segretario del PD Roma, che ha riportato in questo ultimi tre anni il partito, il nostro partito, a parlare orgogliosamente di un progetto per la città.

I consensi delle primarie  hanno premiato gli amministratori locali e  i dirigenti locali di partito, per la visibilità diffusa, nelle comunità di elettori, per  l’ascolto dato al nostro elettorato. Ciò, in enunciazione è positivo, perché ha favorito il ricambio ed ha  selezionato donne e uomini che vivono tra i cittadini tutti i giorni ed interpretano in senso politico i loro bisogni, le loro aspirazioni, la proiezione dei loro desiderata.  Non sempre il legame, seppur molto importante ha corrisposto a vero valore, ma nella maggior parte dei casi a mia conoscenza ritengo di si.

Sono stati votati quegli  amministratori che  spesso già rispondono alle istanze degli amministrati. L’amministrare è stato a volte il parametro sul quale misurare il gradimento o meno, ed il  consenso è stato dato o rifiutato, con le primarie.

Non sempre altro lavoro importante, svolto da molti nostri esponenti e da parlamentari alla fine della loro prima o seconda legislatura (una è stata incompleta, quella 2006-2008), lavoro di rilievo nazionale, di studio di ricerca, non conosciuto nel territorio, ha avuto modo di svelarsi e di essere apprezzato dal nostro elettorato; penso alle competenze preziose in materia finanziaria, internazionale, in campo di cooperazione, in settori come la riforma dello Stato e dell’Amministrazione Pubblica, a materie come la comunicazione e l’informazione.

Settori di rilievo fondamentali per la prossima legislatura (che io immagino costituente), per risanare forma, funzionalità dello Stato e per guidare il Paese verso l’uscita da questa crisi epocale, valoriale, culturale ed economica, hanno visto l’impegno costante, sapiente, sotterraneo di molti nostri esponenti, alcuni dei quali per la materia trattata, per le modalità con cui vennero portati in Parlamento nella scorsa legislatura (competenze della società civile, che non aveva radicamento politico) o per essere stati troppo frequentemente  lontani (solo a causa del buon lavoro fatto a Roma – in Parlamento) dal territorio di origine, dove sono tornati a fare le primarie, hanno pagato questa scarsa visibilità riportando un risultato immeritatamente insufficiente.

Ciò ha comportato un piazzamento di questi ultimi troppo lontano dalla possibilità di tornare in Parlamento, penso a Oriano Giovanelli (cito lui solo ad esempio, perché lo conosco direttamente e ne apprezzo la qualità del suo lavoro) e questo è un pegno  ingiusto che paga il nostro Paese.

Alcuni, consci della difficoltà di essere conosciuti e votati,  non si sono sottoposti a primarie e sono giustamente stati collocati nella quota del 10%, altri pur consapevoli del rischio si sono sottoposti alle selezioni,  che si sono trasformate per loro in forche caudine.

Alcuni sono rimasti a Roma fino all’ultimo voto di fiducia sulla legge di stabilità 2013 (era il 24 dicembre) e le primarie erano convocate per il 30 dicembre. Disciplina e senso della responsabilità hanno impedito loro di riprendere le fila dei contatti lasciati nel territorio votante.

Qui è scattata la prima difficoltà grossa: perché, assodato il valore dato alla priorità del metodo primarie,  era giustamente impossibile, contraddittorio ed ingiustificabile, ripescare in posizioni di maggiore eleggibilità questi ultimi, seppur preziosi.

Alcuni errori sono stati compiuti magari tra le difficoltà di combinare la collocazione delle quote nazionali contemperando anche la rappresentatività delle sensibilità ovvero delle aree;  parlare di aree in un grande partito popolare non è negativo, occorre pensare ad una sorta di Labour Party con più componenti e più ispirazioni che debbono orientarsi alla sintesi anche nella formazione delle rappresentanze istituzionali  e delle liste elettorali utili a formare le rappresentanze.

Gli errori che io ho identificato sono legati soprattutto all’aver dato, in alcuni casi, non molti per la verità, più rilevanza all’appartenenza che al merito, alle competenze specifiche e, seppur davvero pochi  i derogati, non tutti si sono sottoposti alle primarie e in questo caso sarebbe stato davvero giusto!

Due donne, che non possiamo non definire coraggiose, Anna Finocchiaro e Rosy Bindi (qualsiasi sia la mia opinioni su alcuni singoli episodi, che ora non sono rilevanti) si sono sottoposto alle primarie, riportando un risultato molto  rilevante  e confermando la consonanza della loro riproposizione nelle liste  con il nostro elettorato (anche contrariamente a quanto io avrei pensato).

Avremmo dovuto avere più tempo per la pubblicità e la partecipazione, ma soprattutto per dare l’opportunità di far conoscere  o riconosce o ritrovare quei pezzi da novanta che non hanno avuto possibilità di tornare al proprio territori o di far conoscere il proprio lavoro svolto, per non apparire tra “quelli della riserva indiana” perché non immeritevoli, anzi.

Basta pensare al rendiconto di grande valore che ha pubblicato Marco Causi, peraltro stimatissimo iscritto del circolo PD Marconi,  e invito anche a consultare il blog di Federica Mogherini anch’ella amica di valore e parlamentare democratica, iscritta al circolo PD Marconi che coordino. Ma sul tempo non avremmo proprio potuto avere alcuna possibilità di intervento.

Avremmo dovuto pensare a qualche correttivo delle distorsioni, fin qui illustrate. Forse avremmo dovuto strutturare una quota ulteriore (magari sottoposta a primarie su area nazionale) per gli esponenti di rilievo nazionale e di valore e competenze, da presentare ugualmente agli elettori, ma che comunque avrebbe potuto funzionare avendo più tempo.

Avremmo dovuto regolare più nel dettaglio, per assicurare ancor di più l’adesione al codice etico dei candidati e per favorire la partecipazione di competenze.

Avremmo dovuto privilegiare ancor di più le capacità anche nelle quote di area.

Però signore e signori, mai tanto rinnovamento, mai tante donne, mai tante competenze e capacità per materie e per radicamento territoriale, mai tanta partecipazione nella scelta dei candidati, mai tanto coraggio in un partito dato per essere quello più avanti nei sondaggi,  abbiamo avuto.

Mai tanta partecipazione popolare in così breve tempo.

Tutto quello che abbiamo messo in campo richiede rispetto e considerazione, ed i risultati parlano.

Tutto questo ci aiuta a migliorare il meccanismo, e fare il partito.

Per questo farò una campagna elettorale convinta per il PD alla Camera ed al Senato, non turandomi il naso come qualcuno in altre formazioni dovrà fare, perché anche là dove qualcuno non l’avrei voluto candidato, ci sono tutti gli altri di qualità che ci garantiranno nella formazione di gruppi parlamentari all’altezza della sfida.

Voglio sottolineare che nel Lazio dobbiamo vincere assolutamente al Senato, ne va del premio di maggioranza, per questa camera parlamentare è attribuito su base regionale. Il Lazio, come la Lombardia, sarà fondamentale per la governabilità, pertanto io voterò sperando di prendere più seggi possibili, perché la priorità è l’autonomia di governo per il centrosinistra.

 

 

Category: Partecipazione

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